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Il personaggio del mese

L’intervista ad Alberto Bucci, allenatore di basket e scrittore

Nostalgia di "basket city"

Per tantissimi bolognesi basta fare il nome di Alberto Bucci per evocare, immediatamente, Il Basket, quello, per intenderci, che solo qualche anno fa sotto le Due Torri autorizzava a parlare di “basket city”. Un recentissimo passato in cui la Virtus e la Fortitudo spopolavano in città e in tutta Italia (e non solo) e coach Bucci, dopo un fugace battesimo alla guida della “F”, legava per sempre il suo nome a quello delle V nere grazie alle vittorie e al prestigio conquistati sui parquet di Bologna e Casalecchio come di mezza Europa. Nel marzo scorso, tra l’altro, Bucci è stato premiato presso il Salone d’Onore del CONI a Roma, naturalmente nella categoria “allenatori”, all’interno dell’Italia Basket Hall of Fame. “La pallacanestro - ha detto nell’occasione l’ex coach - mi ha permesso di correre attraverso i miei giocatori e mi ha insegnato ad essere me stesso”. Nato nel quartiere della Bolognina, Bucci ha tra l’altro deciso di raccontare, appunto, se stesso, non solo attraverso le vicende che lo hanno reso celebre tra gli appassionati di sport, ma soprattutto svelando risvolti e aneddoti personali, tra vittorie e sconfitte confluite nel libro “Fuori tempo, riflessioni di un coach tra vita e canestri”, edito dalla bolognese Minerva Edizioni. Un ritratto della propria visione della vita, caratterizzata da un approccio positivo anche nei momenti più difficili, sia nello sport che nella vita di tutti i giorni perché, come ci spiega lo stesso autore, “se uno dà il meglio di se stesso, in qualsiasi ambito, ciò può portare a vincere ma anche a non vincere poiché l’esito non dipende solo da noi, ma una cosa è certa, questo atteggiamento non porta mai alla sconfitta”. Una filosofia di vita improntata all’assenza di alibi che ha sempre contraddistinto, come si diceva, l’uomo Alberto Bucci, prima ancora che l’allenatore di pallacanestro, anche nella difficile battaglia contro la malattia. “A lottare, semplicemente, non sono io ma è il mio corpo – sottolinea – mentre da parte mia c’è solo il dovere di vivere al meglio il mio tempo con la massima fiducia e l’amore nei confronti del prossimo. Quando si sta male – aggiunge – ci si ferma inevitabilmente a pensare a quello che non si vorrebbe perdere, e le cose più importanti, quelle che si vorrebbe tenere per sempre al fianco, sono quelle che non costano niente, sono i genitori, la moglie, i figli, gli amici di una vita”.

Alberto Bucci tratteggia dunque la storia di un uomo “fuori tempo”, grazie a un’intuizione di Giorgio Comaschi che ha portato al titolo del libro, perché, come ci confida lui stesso, “in molti casi e in molti momenti mi sono ritrovato a pensarla diversamente da quella che era l’idea dominante o l’opinione comune” visto anche che, parola di allenatore, “ogni persona ha pregi e difetti e la bravura di chi educa o allena sta nel saper esaltare le virtù di ognuno e ottenere il meglio nella diversità”. Un concetto, quello delle differenze, particolarmente caro se è vero che “la diversità – ci tiene a evidenziare - è una grande occasione, una possibilità di migliorare per tutti. Ci si innamora di ciò che è diverso da noi, solo quello che ci stupisce e ci meraviglia ci appassiona profondamente”. Protagonista anche nel recente “Business game” promosso da Cna Bologna, Alberto Bucci ha spiegato che “le difficoltà della malattia non devono essere vissute come ostacolo al raggiungimento degli obiettivi, ma anzi vanno trasformate in occasioni per migliorare sempre se stessi cercando di superare i propri limiti”. Per Bucci, quindi, la positività che si mantiene anche nella difficoltà può trasformare il gap in un plus: “Quello che conta è il nostro senso di appartenenza. Siamo nati per stare insieme, per condividere le nostre esperienze e i nostri momenti felici o meno con gli altri, non c’è possibilità di crescita, di miglioramento, di sviluppo se si sta da soli, se si vive in maniera individualistica. Perciò è necessario mantenere sempre una grande curiosità nei confronti del prossimo e della vita”. Bucci ha poi messo l’accento sull’importanza del confronto che non deve mai mancare in ogni gruppo o azienda: “Se ciascuno trasmette al suo collega/compagno le proprie conoscenze – ha concluso – si aumenta il know-how di tutti e a quel punto è possibile perseguire il miglioramento globale del team o dell’azienda di appartenenza”. Tornando allo sport, e a quello bolognese in particolare, Bucci si dice “Felice per il ritorno in serie A del Bologna calcio, ed è bello che, oltre al buon momento della Virtus, la Fortitudo sia tornata a buoni livelli, con l’augurio che le due squadre si ritrovino presto sul campo”. Sono così lontani i tempi di “basket city”? “Rispetto a qualche anno fa oggi è più complicato fare basket – spiega - non si risolve nulla, soprattutto in prospettiva, cambiando e ingaggiando freneticamente giocatori americani, ma bisogna lavorare sui settori giovanili perché solo se si hanno in squadra ragazzi della propria città ci si sente rappresentati al meglio e si sviluppa quel famoso senso di appartenenza troppo spesso sottovalutato”.

Con la Virtus ha conquistato vittorie e prestigio sui parquet di Bologna e Casalecchio come di mezza Europa. Aveva allenato anche la Fortitudo

Ha svelato risvolti e aneddoti personali, tra vittorie e sconfitte nel libro “Fuori tempo, riflessioni di un coach tra vita e canestri”, edito dalla bolognese Minerva Edizioni